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Thin capitalization, costerà alle imprese 408 milioni di euro
Le associazioni di categoria chiedono il rinvio all'1/1/05.

Thin capitalization nell'occhio del ciclone. La nuova normativa antielusiva costerà alle imprese italiane 408 milioni di euro, secondo proiezioni rese note da membri dell'opposizione nella commissione finanze del senato che finora non hanno registrato smentite. Anche le associazioni di categoria hanno espresso perplessità sul nuovo istituto, che presenta eccessive difficoltà applicative e penalizza uno dei principali sistemi di reperimento della liquidità diffusi tra le pmi italiane, cioè il ricorso al finanziamento dei soci. E richiedono uno slittamento all'entrata in vigore dell'istituto al 1° gennaio 2005.
La disciplina di contrasto alla sottocapitalizzazione, contenuta nello schema di decreto legislativo che riforma l'imposta sul reddito delle società, vieta la deducibilità degli interessi passivi su finanziamenti erogati da soci e da questi garantiti per un importo superiore a una percentuale del capitale sociale in proporzione alla quota detenuta dal socio finanziatore (4/1). Un'incognita per lo sviluppo del panorama produttivo italiano, composto in maggioranza da piccole e medie imprese per le quali il debito costituisce uno strumento di normale gestione aziendale. È pur vero che il regime di limitazione alla deducibilità degli interessi passivi sui finanziamenti erogati o garantiti dai soci qualificati è coerente con il sistema della riforma. Ma da diversi fronti si suggerisce che, se l'obiettivo è quello di arginare fenomeni elusivi promuovendo al contempo la patrimonializzazione delle imprese, la thin capitalization non appare come lo strumento più adatto.

 

 3 novembre 2003

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