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La crisi continua, ma il Natale "tiene"
A fine anno, secondo il Centro Studi Confcommercio, la crescita sarà dello 0,3% e dell'1,6% nel 2003. I consumi delle famiglie languono, ma è in arrivo il "salvagente" del Natale. Billè: "Nel 2003 serve una partenza a scatto".

Aumento dello 0,3% nel 2002 e dell’1,6% nel 2003 per il Pil italiano, consumi delle famiglie ancora in fase stagnante ma con in vista la consueta, confortante accelerazione legata alle spese per il Natale. Questi, in estrema sintesi, i principali dati contenuti nel primo numero dell’Osservatorio economico realizzato dal Centro Studi Confcommercio e presentato il 26 novembre nella sede confederale.

“Anche se non è nello stile di chi opera e vive di mercato ammainare mai la bandiera dell’ottimismo, la situazione – ha commentato il Presidente Billè – è assai poco rosea. Non vi è dubbio che il 2002 sta per chiudersi con risultati, per la nostra economia sostanzialmente negativi, peggiori, in qualche misura, anche rispetto alle previsioni fatte dagli analisti nello scorso semestre. Il punto è oggi quello di impedire che questa crisi possa riprodursi nel 2003 restringendo o addirittura azzerando così ogni possibilità di sostanziale rilancio, anche nel medio periodo, della nostra economia”.

Per evitare questo rischio, occorre “un colpo d’ala, una partenza a scatto da centometrista” attraverso “l’adozione di programmi che consentano, attraverso il rilancio dei consumi, una maggiore produzione di ricchezza e quindi un sostanziale riavvio di tutto il nostro ciclo produttivo”. Altrimenti, “sarà stagnazione e forse anche qualcosa di peggio”.

La crisi mondiale, secondo Billè, ha avuto sulla nostra economia effetti più forti della media, a causa della “impossibilità per il nostro Governo di adottare tempestive e consistenti misure anticicliche visti i rigidi paletti imposti dal nostro enorme debito pubblico”, delle “devastanti perdite subite, nel corso di quest’anno, dalle famiglie che avevano investito gran parte del loro risparmi nel mercato finanziario, con la relativa riduzione della quota di reddito abitualmente destinata a consumi che non vengono considerati di primaria necessità” ed infine del “consistente, generalizzato aumento delle tariffe, delle imposte locali e dei costi dei servizi di base che ha caricato di nuovi e pesanti oneri le imprese del settore della distribuzione riverberandosi in qualche misura sui prezzi finali”. Un argomento, quello del rialzo dei prezzi, sul quale il Presidente di Confcommercio ha voluto fare chiarezza non negando l’esistenza di “fenomeni speculativi di vario genere”, legati anche al “caos determinato da un cambio di moneta realizzato senza un’adeguata promozione e preparazione”, ma sottolineando nel contempo che “la maggior parte degli aumenti che si sono avuti nel settore della distribuzione sono stati la diretta conseguenza di aumenti analoghi registrati nel settore della produzione. La verità è che fenomeni di speculazione si sono avuti da ogni lato e in ogni settore. Chi sostiene il contrario, dice il falso”. Le imprese dei servizi - che peraltro sono soggette a tassazioni, imposte e costi di esercizio che complessivamente sono assai maggiori di quelle a cui è sottoposta una grande impresa - hanno inoltre mantenuto un “atteggiamento sostanzialmente corretto scaricando sui prezzi solo i maggiori costi che, a monte, erano stati loro imposti e che, in qualche modo, dovevano essere pure assorbiti”. 

Quanto al 2003, Billè ha sottolineato che “fino a quando il nostro sistema imprenditoriale continuerà a vivere in questa condizione pesantemente sperequativa per cui alle grandi imprese viene dato di tutto e concesso di tutto e alle piccole non viene concesso nulla è difficile essere ottimisti”. Perché il nuovo anno possa essere proiettato di nuovo verso lo sviluppo, secondo il Presidente di Confcommercio, bisogna affrontare e risolvere almeno quattro problemi di base. Ovvero, “l’attivazione di riforme strutturali in campo fiscale, parafiscale e previdenziale per indirizzare quote significative di risorse oggi immobilizzate dal sistema pubblico verso quei settori dell’economia – quelli del commercio, del turismo e dei servizi in particolare - oggi in grado di produrre sviluppo, nuova occupazione e, attraverso i consumi, maggiore ricchezza per tutto il paese”; “l’avvio di politiche di sostegno della domanda basate sul rilancio dei consumi e finalizzate a sollecitare tutti i segmenti della domanda e non solo quelli delle fasce di reddito più deboli”; “un’evoluzione più dinamica dei redditi delle famiglie attraverso la creazione di nuove e più ampie opportunità produttive ed occupazionali”; “una politica che stimoli l’innovazione e la ricerca e che punti alla realizzazione di un’offerta di prodotti che non solo siano più competitivi ma che soddisfino maggiormente le nuove esigenze del mercato”. 

Quanto alla devolution, infine, Billè si è mostrato perplesso sulla soluzione del duplice problema legato all’attuazione della riforma in modo che si realizzi da un lato una maggiore efficienza della macchina pubblica e, dall’altro, i costi di manutenzione, di esercizio e di gestione di tali strutture, in buona parte ora trasferite sul territorio, siano minori di quelli attuali. “Non nego – ha detto – che la devolution possa essere, nella sostanza, una buona riforma, ma non mi sembra che fino ad ora se ne siano valutate né il peso né le possibili conseguenze di carattere finanziario”. Il rischio è che, fatta la riforma, l’impresa e poi anche il cittadino si trovino costretti a “dover mantenere a vita moglie e amante, lo Stato di prima e quello nuovo che si sta creando”.

                                    27 Novembre 2002

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