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L’inganno degli Studi di Settore
Alcide Tonetto, presidente Ascom Padova

Alcide TonettoIl nuovo corso che è stato intrapreso dalla nostra Associazione ci ha portato a privilegiare gli incontri quasi giornalieri con i nostri associati e, conseguentemente, a confrontarci sui problemi delle singole categorie.
Uno dei pensieri “non positivi” di quasi tutti i comparti economici è collegato agli studi di settore.
Tale strumento, istituito dall’amministrazione finanziaria, è stato in origine creato per verificare che la redditività dell’impresa abbia una logica rispetto alla forza lavoro impegnata, ai dati strutturali, alla sua localizzazione geografica e, soprattutto, è stato ideato in un momento di discreta crescita economica (fine anni ‘90) quando ancora il mercato permetteva alle aziende di vivere abbastanza serenamente.
Dato che da circa un triennio la situazione economica è profondamente cambiata e nonostante si accenni a qualche timido segnale di ripresa, non vi è dubbio che il nostro pur operoso Nordest abbia cessato di essere quell’isola felice, invidiata da tutti, dove vigeva il più incallito ottimismo. 
Con le ovvie differenze, ma è chiaro che tutti sono stati investiti dal brusco ridimensionamento del potere d’acquisto che ha convinto il consumatore a cercare molto spesso, non più la qualità, ma solo il prezzo più basso.
Provate a dire a chi commercia nel tessile e nell’abbigliamento che il mercato non è cambiato! Vi dirà che il suo settore è sempre più esposto alla concorrenza dei nuovi imprenditori asiatici che riescono a immettere sul mercato merce solo all’apparenza discreta ma a prezzi irraggiungibili per i prodotti nostrani.
Se andate invece in un qualsiasi negozio di generi alimentari scoprirete che ormai tutti espongono prodotti col cartellino “primo prezzo”. Non era così per l’esercizio tradizionale che si sosteneva soprattutto sulla qualità dell’offerta.
Insomma: due semplici esempi per introdurre la vera questione.
Che è questa: gli studi di settore sono stati creati in un contesto completamente diverso, potremmo dire “di vacche grasse”, ed ora, in sede di aggiornamento degli stessi, non solo l’amministrazione finanziaria non si accorge che il vento è cambiato, ma si limita a ritoccare verso l’alto la redditività richiesta.
Operazione alquanto assurda, sicuramente slegata dalla realtà economica e chiaramente orientata solo a far cassa e a far pagare ai “soliti noti” il mancato sviluppo economico, che di certo non può essere imputato al mondo del commercio.
Sembra quasi che chi si occupa di tale strumento, che si sta rivelando vessatorio per molti commercianti, viva in una realtà che non sembra quella italiana.
Chiedo: come si possono aumentare i proventi richiesti ad un negozio di abbigliamento di circa il 5 per cento da un anno all’altro quando ormai il settore riesce a malapena a far quadrare i conti e la cui clientela è sempre più orientata ad acquistare solo in periodo di saldi e quindi con minor guadagno per l’imprenditore?
E’ pur vero che ci sono stati degli aumenti, ma ci si rende conto di quanto siano cresciute le spese di gestione? Serve ricordare gli aumenti degli affitti dei locali, o le spese per i rifiuti, o l’energia, o i carburanti, o le spese bancarie o comunque tutte le altre tariffe?
Hanno un bel dire che lo studio di settore deve rispecchiare la struttura aziendale e che l’andamento economico generale è un dato marginale (magari preso in considerazione solo quando può far comodo), ma allora perchè gli studi evoluti tengono conto della crisi del settore della produzione dei prodotti tessili e dell’abbigliamento e dimenticano volutamente la sua vendita al dettaglio?
Credo non ci sia bisogno di grandi economisti per capire che se i produttori sono in crisi è perché i commercianti non gli comprano più la merce!
Un altro aspetto che crea malumore tra i nostri soci e che sa un po’ di presa in giro, è che chi presenta un appiattimento dei ricavi, seppur congrui ma magari costanti o in lieve diminuzione, viene iscritto nella lista dei “cattivi” da verificare.
Per concludere: ci era stato detto che il raggiungimento della congruità rappresentava, in pratica, una sorta di “tregua fiscale”. In buona sostanza, eravamo diventati bravi agli occhi del fisco. Invece veniamo a scoprire che lo Stato si è rimangiato uno dei motivi per cui i nostri soci avevano accettato gli studi di settore. Perdonatemi, ma non è certo questa la tanto sbandierata collaborazione tra Stato e cittadino!

 28 ottobre 2005

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