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LA PIANURA PADANA E IL DISSESTO IDROGEOLOGICO

IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DELLA PIANURA PADANO-VENETA IN UNA CARTINA DOVE IL ROSSO (+10% DI CONSUMO DEL SUOLO) E’ ASSOLUTAMENTE DOMINANTE. 

BERTIN (ASCOM): “DA NOI ANCHE PEGGIO”
Una grande, immensa macchia rossa grande quasi quanto la pianura Padano-Veneta. E’ l'immagine, inquietante, che documenta in modo inequivocabile come il consumo del suolo, in quest’ampia parte del Paese, sia superiore al 10 per cento.
“Se cerchiamo – commenta il presidente dell’Ascom, Patrizio Bertin – una motivazione al rischio idrogeologico che è tornato alla ribalta nel quinto anniversario della grande alluvione del 2010, dobbiamo cercarla in questo uso indiscriminato del territorio che, per quanto riguarda il Veneto, è addirittura più eclatante considerate le sue 5600 aree industriali distribuite nei 579 comuni presenti in regione”.
Della gravità del fenomeno, della necessità di abbandonare l’idea di nuovi insediamenti (anche se purtroppo l’elenco delle richieste di nuove strutture da destinare a grandi spazi commerciali continuano ad essere all’ordine del giorno) e, soprattutto, dell’urgenza di trovare soluzioni al problema della riqualificazione di stabili che, tra ancora operativi, vuoti, dismessi o addirittura scoperchiati (per non pagarci le tasse) si estrinseca nell’incredibile cifra regionale di 413 chilometri quadrati, se ne è parlato nel corso della manifestazione di chiusura di Padova Promex ad Expo 2015.

“Il prof. Luca Tamini, docente di progettazione urbanistica di strutture commerciali – aggiunge il presidente dell’Ascom – ha messo bene in evidenza come sia in atto, a livello europeo, una sorta di “ritorno alla città” fatto di servizi di prossimità, nuovi modelli di integrazione, riconversione qualitativa e riqualificazione urbanistica del tessuto consolidato e storico che dovremo a tutti i costi cercare di governare”.
Eppure, a fronte di cifre e grafici che non lasciano spazio all’immaginazione ed anzi preoccupano fortemente i tecnici che non hanno certo bisogno dell’addensarsi di nuvole all’orizzonte per lanciare allarmi, non sembra che politica e, soprattutto, speculazione, abbiano compreso appieno il rischio che corriamo.
“Quando sosteniamo – conclude Bertin – che non c’è più spazio per nuovi insediamenti commerciali “ex novo” e non c’è spazio nemmeno per un’occupazione “manu militari” da parte della grande distribuzione organizzata di capannoni un tempo produttivi ed oggi abbandonati, perché il futuro non è fuori ma all’interno dei centri urbani, ci sembra di dire quasi un’ovvietà. Invece tanto ovvietà non è ed è per questo che dovrebbe trasformarsi in una battaglia intesa come patrimonio comune non solo del mondo del commercio di vicinato, ma anche dell’intera cittadinanza che dal ritorno alla centralità dei centri urbani trova motivi di vivibilità e, in ultima analisi, anche di sicurezza”.

 

Padova 5 novembre 2015