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Patrizio Bertin (Confcommercio Padova): “Serve una politica territoriale per fare di Padova un luogo più attrattivo”

Formarsi e poi fermarsi. Non un gioco di parole, ma un’esigenza di chi a Padova studia e di chi a Padova fa impresa.

Si è scritto molto, in questi giorni, di cervelli che vanno e di cervelli che tornano.

Padova, è risaputo, ha uno dei sistemi universitari più importanti del Paese e presenta risultati occupazionali superiori alla media nazionale. Ma i nuovi dati dell’University Report 2026 dell’Osservatorio JobPricing mettono in evidenza anche un tema che porta, necessariamente, ad una riflessione: non basta attrarre studenti e portarli alla laurea, occorre creare le condizioni perché il valore della formazione trovi nel territorio opportunità professionali, crescita retributiva e possibilità di costruire qui il proprio futuro.

I numeri aiutano a comprendere questa apparente contraddizione.

Secondo JobPricing, nei primi dieci anni di carriera i laureati dell’Università di Padova tra i 25 e i 34 anni hanno un reddito annuo lordo di 33.624 euro, circa il 2% sotto la media nazionale della stessa fascia, pari a 34.445 euro. Nel confronto con gli altri atenei veneti analizzati, Ca’ Foscari registra 36.008 euro (+5% sulla media nazionale) e Verona 34.784 euro (+1%).

Fin qui, si potrebbe dire, nella fase di rodaggio. Il quadro cambia però se si osserva l’evoluzione della carriera. Per chi proviene dall’Università di Padova, il reddito annuo lordo indicato dal report passa da 33.624 euro nella fascia 25-34 anni a 42.597 tra 35 e 44 anni e a 50.939 tra 45 e 54 anni, con una crescita del 51,5% tra la prima e l’ultima fascia considerate.

C’è poi un dato che riveste un particolare interesse. L’University Payback Index, che misura quanti anni occorrono per recuperare economicamente l’investimento universitario considerando anche il mancato reddito durante gli anni di studio, colloca Padova a 17,7 anni per uno studente in sede e a 20,4 per un fuori sede. In questo caso si tratta di risultati migliori rispetto agli altri due grandi atenei veneti presenti nella graduatoria: a chi frequenta Ca’ Foscari occorrono 18,9 e 23 anni, mentre chi frequenta Verona ha bisogno di 19,1 e 22,4 anni. Il costo dell’abitare non è dunque una variabile indipendente rispetto al rendimento dell’investimento formativo.

Se a tutto questo aggiungiamo i dati di AlmaLaurea 2026 scopriamo che per i laureati di secondo livello dell’Università di Padova il tasso di occupazione a un anno è dell’84,2%, contro l’80,2% nazionale, mentre a cinque anni raggiunge il 94,9%, rispetto al 94,4% italiano. Nel 2025 i laureati dell’Ateneo coinvolti nell’indagine sono stati quasi 17 mila.

“Questi numeri – commenta il presidente di Confcommercio Padova, Patrizio Bertin – ci dicono che Padova dispone di un patrimonio straordinario. L’Università forma migliaia di giovani e li conduce al lavoro con risultati persino migliori della media italiana. Il problema comincia un minuto dopo: quanti di questi ragazzi riusciamo a trattenere nel nostro territorio? Quanti conoscono davvero le opportunità offerte dalle nostre imprese? E, altra faccia della medaglia, quante delle nostre PMI riescono a presentarsi a uno studente o a un giovane laureato come un luogo interessante nel quale costruire una carriera?».

Il tema riguarda tutto il Veneto. Nel 2024 il 24% degli occupati veneti possiede una laurea o un altro titolo terziario e, rispetto al 2008, il loro numero è aumentato del 73%, da circa 306 mila a 529 mila persone. Ma l’Italia continua ad avere soltanto il 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni, molto lontano dai livelli delle principali economie europee.

“Per questo – prosegue Bertin – credo sia arrivato il momento di passare dalla somma di tante iniziative ad una vera politica territoriale del capitale umano. Università, Fondazione Cariparo, associazioni di categoria, aziende e soggetti capaci di parlare il linguaggio degli studenti dovrebbero lavorare insieme. Non semplicemente per trovare un posto di lavoro a un laureato, ma per accompagnarlo nella conoscenza del territorio mettendo contemporaneamente le imprese nelle condizioni di diventare più attrattive”.

Da qui l’idea sulla quale Confcommercio Padova sta lavorando per costruire un sistema permanente di collegamento fra comunità universitaria e tessuto economico padovano, in particolare quello delle PMI del commercio, del turismo e dei servizi. Non una semplice piattaforma di recruiting, ma un percorso che possa integrare orientamento, conoscenza delle imprese, competenze richieste dal mercato, formazione breve, incontro tra domanda e offerta e servizi capaci di rendere Padova più attrattiva per chi studia e lavora.

Padova – conclude il presidente – non deve cullarsi sugli allori limitandosi ad essere una grande città universitaria. Deve diventare una città nella quale uno studente arriva per formarsi e scopre che può anche fermarsi, lavorare, fare impresa e costruire il proprio progetto di vita. Trattenere capitale umano oggi significa fare politica economica per i prossimi vent’anni”.

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