Home

IL SISTEMA BANCARIO?DEVE METTERSI IN GIOCO, ANCHE A RISCHIO DI SCARSI PROFITTI

zilio1
di Fernando Zilio*

Il recente passaggio a Padova di Alessandro Profumo, presidente del Monte dei Paschi di Siena a sua volta proprietario del marchio Antonveneta, non ha tranquillizzato più di tanto.
Non ha tranquillizzato i dipendenti dello storico marchio padovano (non usare l’accetta non significa che non esistano altri strumenti atti a tagliare altrettanto letali), non ha tranquillizzato le imprese (che vedono, non solo realmente, cosa in atto da tempo, ma anche in termini di immagine, allontanarsi sempre più i centri decisionali), non ha nemmeno tranquillizzato chi si aspettava che dal CEO del Monte senese arrivasse una chiara espressione di volontà a mantenere un marchio che, soprattutto ai tempi di Antoniana e Popolare, era un po’ motivo di orgoglio, così come lo era la Cassa di Risparmio.
Non è comunque il caso di ripercorrere la storia del sistema bancario padovano anche perché sembra definitivamente archiviato quel “piccolo mondo antico” magari ricco di contraddizioni ed ingiustizie, dove è pur vero che si entrava in banca col “cappello in mano”, ma è altrettanto vero che le persone venivano “pesate” sì per i capitali di cui disponevano, ma anche per la reputazione che si erano costruiti in anni di lavoro.
Ripeto: non è il caso di rivangare.
Ma quando sento il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dire che “le politiche di affidamento devono essere basate sulla solidità dei progetti imprenditoriali, non su relazioni e legami che ne prescindano”, credo di poter capire che il Governatore chieda alle banche di saper selezionare il credito.
Il problema è che, se si escludono le Banche di Credito Cooperativo, che rimangono saldamente ancorate al territorio e, pur tra mille difficoltà, cercano di essere parte attiva e compartecipe della realtà che le esprime, per il resto siamo in presenza di sportelli che, almeno per il momento, mantengono nomi familiari, ma nella sostanza dipendono da un pc che ha il suo server a Torino piuttosto che a Siena o a Milano e che altro non sa fare se non il “semaforo”.  Per cui: se compare il “verde” si può continuare a parlare (ma non è detto che la concessione del credito sia automatica), se compare il “giallo” lo sportellista di turno tergiversa sperando che il cliente desista, se compare il “rosso” si passa direttamente al “buongiorno” e tutto finisce lì.
Mi chiedo: ma un sistema economico complesso e difficile com’è quello attuale può permettersi di non andare a fondo delle cose? Può, in altre parole, la banca rinunciare a “fare banca” nel senso classico del termine.
Si dirà: e come si fa a “fare banca” in senso classico senza le professionalità di un tempo? Qual è l’istituto, soprattutto di grandi dimensioni, che ha investito in formazione di livello e non solo on-line?
Sono domande che la crisi contribuisce a far affiorare sempre di più e che non depongono a favore di un cambio di passo imminente.
Eppure l’impresa, grande o piccola che sia, delle banche ha un estremo bisogno.
Di questo ne siamo convinti e la pervicacia con la quale continuiamo a sostenere le attività dei nostri confidi è la riprova che le associazioni di categoria sono disponibili a ricercare quei punti di contatto utili a far ripartire il sistema.
Ovviamente gli sforzi non possono essere unilaterali. Pertanto, nel momento in cui la Regione Veneto mette a disposizione (il provvedimento scatterà nei prossimi giorni) anche del commercio e dei servizi tutte quelle misure anticrisi atte a limitare i danni derivanti da scarsa liquidità (crediti nei confronti delle amministrazioni pubbliche, ma non solo), il mondo bancario non può limitarsi a considerare l’operazione una mera occasione di business. Deve mettersi in gioco, anche a rischio di scarsi profitti, perché ne va non dico dello sviluppo (futuro), ma della sopravvivenza (quella molto attuale) delle imprese.

*Presidente Ascom Confcommercio di Padova