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I NEET? BEN IL 68% E’ DONNA. VA UN PO’ MEGLIO IN PROVINCIA DI PADOVA DOVE PERO' SONO PIU’ DELLA META’

Elena Morello (presidente Terziario Donna Confcommercio Padova): “E pensare che se si colmassero i divari occupazionali e salariali tra uomini e donne in Italia si liberebbe un potenziale di 207 miliardi di euro”

"Se non per un deciso cambio culturale, che poi sarebbe il nostro auspicio, almeno lo si facesse per l’economia!"
Sceglie un ingresso a gamba tesa Elena Morello, presidente di Terziario Donna Confcommercio Padova, per commentare il dato, ripreso dal Sole 24 Ore, che vede tra i Neet (ovvero le persone non occupate e non inserite in percorsi di istruzione o formazione) una decisa maggioranza femminile: ben il 68% infatti sono donne, nel 33% dei casi con un ruolo genitoriale. Va meglio in provincia di Padova dove i Neet, complessivamente, sono circa 16.800 (dati 2024) vale a dire una quota del 12% sul complessivo della popolazione in quella fascia d’età che però schizza oltre il 55% se ci riferiamo alle donne. Eppure, colmare i divari occupazionali e salariali tra uomini e donne in Italia significherebbe liberare un potenziale stimato in oltre 207 miliardi di euro, circa il 9% del Pil. Un impatto che, considerando l’insieme dei Paesi G20, arriverebbe a 11,6 trilioni di dollari, equivalenti al 12% del Pil complessivo.

"Il problema - specifica Morello - è che mentre il valore dei Neet in Italia ci pone al secondo posto nell'Unione Europea per incidenza tra i 15 e i 29 anni (15,2%), per le donne sembra non ci siano frontiere: nei Paesi del G20 le donne hanno una probabilità 1,7 volte maggiore rispetto agli uomini di essere Neet".

Le donne Neet sono quindi tutt’altro che una categoria marginale, piuttosto sono la rappresentazione plastica delle criticità strutturali che ostacolano la transizione dalla formazione al lavoro e che si riflettono sulla partecipazione economica e sulla continuità occupazionale, oltre a precludere l’accesso a percorsi di carriera e ruoli di leadership.

"Dobbiamo partire da una constatazione - segnala la presidente di Terziario Donna Confcommercio Padova - ed è quella che attiene alla Gen Z, vale a dire i nati tra il 1997 e il 2012, nativi digitali, cresciuti a internet e smartphone e costantemente connessi. Ebbene, queste ragazze e questi ragazzi vedono il loro ingresso nel mondo del lavoro con aspettative elevate in termini di equità e trasparenza e quando invece si accorgono che la realtà è ben diversa (mercato caratterizzato da precarietà, divari salariali e modelli organizzativi ancora poco inclusivi) ne rimangono delusi, cosa che per le donne si concretizza in una minore attrattività dei ruoli manageriali e una maggiore sfiducia nella mobilità sociale".

Studi recenti hanno confermato che poi queste dinamiche non si esauriscono nella sola fase di ingresso. Per molte donne se l’accesso al lavoro è difficile, l'uscita è fin troppo facile, soprattutto in presenza di carichi di cura sbilanciati.
"Meno di una donna su quattro, a livello globale, gode oggi di una reale autonomia su tempi e luoghi di lavoro -analizza Morello - mentre una su sei deve gestire incombenze familiari anche durante l’orario lavorativo. In Ue, inoltre, il divario salariale di genere continua a tradursi in 46 giorni di lavoro “non pagato” all’anno per le donne, con effetti che si estendono fino alla pensione".

E dunque: cosa fare?

"La ricetta è conosciuta - ammette la presidente - ma sembra che manchi lo chef per tradurre l'empowerment femminile in azioni concrete. Si sa: servirebbe il rafforzamento dei servizi di assistenza all’infanzia, servirebbe una maggiore trasparenza salariale, servirebbe favorire l'approccio delle ragazze alle competenze Stem e a modelli più equilibrati di condivisione del lavoro di cura. Tutte azioni in cui la sinergia tra pubblico e privato può dare risultati più rilevanti e duraturi purché si metta in atto. Ma al momento non è ancora proprio così".

PADOVA 20 GENNAIO 2026