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LA VIOLENZA: FENOMENO INELIMINABILE?

L'Angolo della Sociologia

Sebbene la violenza sia un fenomeno presente in tutte le epoche storiche, il fatto che oggi susciti una maggiore attenzione non dipende tanto da un suo aumento quantitativo – favorito anche dai nuovi strumenti di comunicazione – quanto piuttosto dalla sua improvvisa “esplosione”, che sorprende una società convinta, forse illusoriamente, di averla ormai espulsa dal mondo occidentale civilizzato.

Ma: è davvero corretto affermare che la violenza sia un fenomeno universale e atemporale? E fino a che punto il comportamento umano può essere spiegato esclusivamente attraverso categorie storico-sociologiche?

In realtà si tratta di integrare l’analisi sociologica con i contributi della biologia, della psicologia e dell’antropologia, discipline indispensabili per comprendere perché l’uomo, nel corso della storia, sia stato – e continui a essere – capace di reagire in determinati modi all’interno delle relazioni sociali.

La violenza delude profondamente coloro che avevano confidato nel progresso derivante dall’istruzione di massa, dalla tutela della salute collettiva e dalla crescente accessibilità dei servizi pubblici. Per lungo tempo si è creduto che una società tecnologica, razionale, industriale e informatizzata potesse eliminare la violenza, considerandola un residuo irrazionale del passato. Tuttavia, la realtà ha smentito questa convinzione. Le manifestazioni della violenza, oggi come nel passato, sono molteplici e derivano sia da fattori interni sia da fattori esterni alla società.

Tra i fattori interni rientra il ruolo dei media, che spesso attribuiscono grande visibilità a fenomeni quali la pedofilia, la violenza domestica, il mobbing, il bullismo e la violenza nei contesti politici e nelle manifestazioni pubbliche.

I fattori esterni includono i conflitti armati permanenti in diverse aree del mondo, l’aumento dell’odio e dei conflitti di matrice religiosa (fondamentalismi), le nuove e imprevedibili forme di terrorismo, nonché le tensioni sociali generate da processi migratori caratterizzati da marginalizzazione ed esclusione. A ciò si aggiungono le pratiche di tortura e violenza esercitate dai regimi dittatoriali, che non sono mai realmente scomparse, ma hanno assunto forme diverse. La lista si amplia ulteriormente includendo coercizioni, pressioni sociali, violenza psicologica e aggressioni fisiche.

Non vi è dubbio che la gravità delle condizioni sociali ed economiche favorisca comportamenti violenti. La possibilità stessa di una violenza con radici socio-economiche e politiche impone un’analisi multidisciplinare dell’essere umano.

La violenza emerge laddove esistono squilibri, processi di decadimento e marginalizzazione sociale; laddove una collettività esercita pressione su un’altra; e nei contesti multietnici segnati da conflitti razziali e religiosi, disuguaglianze strutturali e antagonismi profondi.

Il senso comune associa la violenza esclusivamente a connotazioni negative. Tuttavia, è legittimo chiedersi se essa sia sempre e inevitabilmente un male assoluto o se, almeno in parte, possa essere evitata. In ambito teorico, il cosiddetto approccio dell’ “angelismo” sostiene la possibilità di una convivenza civile ideale, nella quale tutti i conflitti di interesse sarebbero compatibili e risolvibili attraverso il dialogo e il compromesso (Ferrarotti, 1979).

Altri sociologi, tuttavia, ritengono che il conflitto sia inevitabile, tra chi concepisce la società come fondata stabilmente su valori condivisi, relegando conflitto e coercizione a fenomeni secondari e disfunzionali, e chi, in contrasto, sostiene che il conflitto e la coercizione rappresentino motori indispensabili del progresso storico. Le società necessiterebbero di forze propulsive, e tra queste il conflitto.

In sociologia non viene operata una distinzione netta tra competizione e conflitto: quest’ultimo include il dibattito, la rivalità e, nei casi estremi, la lotta armata. Il conflitto è una condizione costante non solo nella sfera sociale, ma in ogni ambito in cui esiste la vita. Esso può persino risultare una forma utile di interazione sociale, purché non degeneri in brutalità e distruzione.

Quando si abbandona l’illusione di poter eliminare il conflitto, resta il problema della sua gestione: la ritualizzazione e la legalizzazione della forza attraverso nuove regole sociali. Tuttavia, tali regole possono a loro volta generare nuove forme di violenza, destabilizzando le norme sociali e producendo pratiche non giustificate né produttive.

Nonostante tutto, rimane centrale il ruolo della comunicazione, che può essere strumento di potere o arma rivoluzionaria, prodotto commerciale o mezzo di emancipazione. Può favorire la libertà o l’oppressione, contribuire alla formazione dell’identità individuale oppure alla classificazione e al controllo degli esseri umani.

Il compito di ogni società è scegliere consapevolmente il modo migliore per affrontare le sfide comuni e individuare strumenti adeguati per superare gli ostacoli materiali, sociali e politici che frenano il progresso.

Sintesi di Sanja Vujosevic Facchini, sociologa, da: Portal Analitika