L’angolo della Sociologia
Vi è mai capitato di imbattervi in foto, video o reels che ritraggono persone che lavorano a bordo piscina o in spiaggia, con il pc sulle gambe (abbronzate), magari con un cocktail in vista sullo sfondo? O magari del proprio minivan attrezzato come una casa? Sono gli effetti, tuttora perduranti, della pandemia, che ha ristrutturato le modalità lavorative.
Sono i “nomadi digitali”, cioè persone che lavorano al computer completamente da remoto, spesso approfittando della flessibilità offerta dall’assenza di un ufficio fisso, coniugando così lavoro e vacanza, e lo stile di vita adottato è definito “Vanlife” e riscuote sempre maggiore successo, così da rappresentare un autonomo genere di contenuti.
Spesso i video e le foto che documentano questo stile di vita cercano di trasmettere l’idea che sia possibile per chiunque abbandonare un lavoro d’ufficio poco soddisfacente, un affitto troppo costoso, la monotonia della routine e viaggiare costantemente, spendendo poco e mantenendo una certa comodità, pagandosi da vivere con lavori da remoto, un sito Internet dove vendere i propri prodotti d’artigianato o grazie alle sponsorizzazioni di vari marchi sui propri profili social.
Non si tratta di un fenomeno di massa, ma sicuramente di uno stile di vita che un numero crescente di persone sta sperimentando. Con alcune grandi soddisfazioni, ma anche con conseguenza individuali e sociali talvolta sottovalutate: si tratta di adattarsi a una serie di scomodità che, alla lunga, possono diventare difficili da sopportare, esattamente come non è per tutti vivere lontani da casa e senza un luogo fisso in cui stabilirsi. Inoltre, nonostante la vita in furgone possa essere relativamente economica, sostenerla con lavori da remoto e da freelance non è sempre semplice e può relegare a una condizione di precarietà stressante psicologicamente.
I primi “Vanlifer” hanno cominciato a raccontare la propria vita online più di dieci anni fa e dal 2020 in poi l’idea di acquistare e rinnovare un camper o un furgoncino è venuta a tantissime persone anche in Italia, Paese che ha storicamente una cultura del camper molto meno sviluppata di altri Paesi europei come, ad esempio, la Germania. Il vero boom è stato post pandemia. In moltissimi hanno iniziato ad avvicinarsi a questo stile di vita, sia per le vacanze sia come scelta alternativa alla quotidianità ed hanno aperto un canale YouTube per raccontare i loro viaggi, oppure hanno pagine Instagram e Facebook per condividere foto e pensieri.
I motivi che spingono le persone a cambiare il proprio stile di vita in modo così radicale possono essere molto diversi: c’è chi si prepara da molto tempo e analizza tutti i vari scenari, c’è chi decide di farlo dopo una delusione sentimentale o lavorativa e c’è chi semplicemente trasla il proprio lavoro su quattro ruote perchè vuole smettere di pagare affitti e bollette salatissime.
La gente ha capito che tutto può cambiare da un momento all’altro senza preavviso, le certezze sono nell’album dei ricordi, e quindi ha ideato un modo diverso di sopravvivere, che si pone come contraltare alla modalità tradizionale fatta di tempi separati (lavoro, svago).
Come Sociologi, siamo interessati a conoscere il “sentiment” delle persone relativamente a questo fenomeno. Se qualche amico di Ascom desidera dirci il suo parere, può farlo scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. .
Sanja Vujosevic Facchini
Presidente Dipartimento Veneto Associazione Nazionale Sociologi
