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Riccardo Capitanio (Federmoda Confcommercio Veneto e Padova): “Ma i danni dei pacchi cinesi sono anche altri, compresi i costi per lo smaltimento”

Fatta la legge, trovato l’inganno. Con l’aggiunta che al danno si aggiunge la beffa.
Non è partita benissimo la tassa sui pacchi extra Ue sotto i 150 euro di valore, introdotta dall’inizio dell’anno con l’obiettivo di frenare il fast fashion e portare, a colpi di 2 euro per pacco, risorse alla manovra.

“Purtroppo – riferisce Riccardo Capitanio, presidente di Federmoda Confcommercio Veneto e Federmoda Confcommercio Padova – i primi giorni di introduzione della tassa si stanno rivelando un boomerang perché le merci vengono sdoganate altrove ed entrano in Italia senza pagare nulla”.
Risultato: niente gettito e aumento dell’inquinamento perché le merci non arrivano più in Italia via mare o via aerea, ma arrivano via camion dagli aeroporti di Liegi e Budapest, ma anche altri scali sarebbero interessati.

“Devo dire con onestà che avevamo salutato il provvedimento con interesse – continua Capitanio – perché la tassa avrebbe dovuto avere un effetto su colossi dell’e-commerce come Shein e Temu. Dal momento che per questi il prezzo è tutto, anche 2 euro fanno la differenza”.
Sembra insomma non avere avuto gli effetti sperati un provvedimento che ha anticipato l’analogo intervento della UE previsto per il 1° luglio.

“Evidentemente – continua Capitanio – la scelta dell’Italia (e della Romania) di anticipare Bruxelles non è stata una scelta coronata dal successo. Il problema è che i danni collaterali sono più di uno”.
Il primo problema è che ne soffrirà il gettito fiscale stimato nell’ordine di 122,45 milioni di euro, a questo punto difficili da coprire. Inoltre, come si è detto, l’inquinamento causato dal traporto su gomma. Poi la perdita di arrivi negli scali italiani e il relativo minore introito della tasse aeroportuali.

“Ma c’è di più – riflette Capitanio – come denunciato dalla Caritas il fast fashion intasa le raccolte rifiuti per i più fragili e li lascia senza vestiti. Perché sono capi che non tengono caldo, non sono riutilizzabili, perché i tessuti sono altamente scadenti e sfibrati anche se usati pochissimo. Per cui bisogna smaltirli. E lo smaltimento costa un occhio della testa”.
Insomma: sembra assodato che agire da soli, in Unione Europea, non porti a molto. Anche se i tempi della UE rischiano di essere (meglio, sono) sempre superiori a ciò che servirebbe.

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